
Eugenio Finardi è un paradosso tutto italiano. Sebbene canzoni come Extraterrestre o Musica Ribelle siano incise nel DNA collettivo, la sua figura di autore e innovatore rimane, per certi versi, una delle più sottovalutate della nostra storia musicale. Eppure, il rock italiano, quello vero, intriso di passione civile e di un respiro cosmopolita, deve quasi tutto a lui.
Nel 1975, mentre l'Italia barcollava tra sogni rivoluzionari e piombo, Finardi esordiva con "Non gettate alcun oggetto dai finestrini". Non era il solito cantautorato intimista: era un urto sonoro tra Progressive e Hard Rock.
La sua genialità fu quella di connettere mondi lontani: prese Saluteremo il signor padrone, un canto di protesta anonimo del 1930, e lo trasformò in una cavalcata elettrica degna dei Deep Purple. Per farlo, si circondò di una sezione ritmica "stellare": Hugh Bullen al basso e Walter Calloni alla batteria. Un suono così potente e "avanti" che persino quel genio di Lucio Battisti, nel 1976, decise di licenziare i suoi storici musicisti per assoldare proprio Bullen e Calloni per le registrazioni di La batteria, il contrabbasso, eccetera. Finardi era il radar che intercettava il futuro prima degli altri.
Nato a Milano il 16 luglio 1952, ma in possesso di doppio passaporto – poiché la madre, Eloise Degenring, era una cantante lirica e insegnante statunitense, e il padre, Enzo Finardi, un tecnico del suono di origini bergamasche – trascorre l’adolescenza tra Milano e Boston.
Questo retroterra cosmopolita lo ha reso un "alieno" in patria. Troppo rock per i cantautori, troppo intellettuale per le canzonette, troppo onesto per la politica. Ha vissuto il paradosso di essere "processato" dagli autonomi perché la musica doveva essere gratis, proprio lui che aveva rinunciato alla cittadinanza americana per non andare a interrogare i Vietcong in Vietnam.
La carriera di Finardi ha conosciuto vette che oggi fatichiamo a misurare, momenti in cui il rock si è fatto introspezione purissima. Album come "Dolce Italia" (1987) e "Il vento di Elora" (1989) sono gioielli di una raffinatezza rara, spesso ignorati dai radar del grande pubblico proprio a causa di quella sottovalutazione cronica.
Se "Dolce Italia" è un disco denso di lirismo, pervaso da un pessimismo cosmico che affiora in brani come Carceriera, Amica o Pessimistic, e dove Finardi recupera magistralmente la canzone politica con Soweto e I fiori del maggio, è nel finale di La vita fa male che si intravede uno spiraglio di speranza: “Ma poi ci sono le giornate di sole, le lacrime agli occhi per un tramonto banale, il senso di pace di fare il proprio dovere, i giochi con i figli e insegnar loro a sognare... la vita non è male”.
È il preludio perfetto a "Il vento di Elora", un album che segna la sua vera rinascita personale. All'epoca, Finardi scelse di allontanarsi dai palcoscenici per dedicarsi alla cura dell'anima, rifugiandosi in Canada. A Elora, un villaggio nell’Ontario, prese parte a un progetto di recupero unico nel suo genere: un percorso di incontro tra i ragazzi di un carcere minorile locale e giovani con gravi deficit psicofisici, in particolare affetti da autismo e sindrome di Down.
Questa esperienza di confine, umana e pedagogica, infonde al disco un profumo di dignità e cura. La musica si spoglia del superfluo per farsi testimonianza di una redenzione che avviene nel contatto con la fragilità altrui, trasformando "Il vento di Elora" in uno dei lavori più intensi e spirituali della nostra discografia.
È, senza mezzi termini, uno dei dischi italiani più belli di sempre, in equilibrio perfetto tra l’ironia di Vil Coyote e l’introspezione profonda de Il Treno, Come in uno specchio o Favola. Ma non manca il graffio elettrico: perché quando Finardi è "in tiro", il rock non ha rivali, come dimostrano l’impeto de Il Fiume e la potenza evocativa della title-track.
Incredibilmente, proprio quel pubblico che a volte era sembrato disattento, nel 1990 si accorge finalmente della statura del "genio libero" milanese. Con "La Forza dell'Amore", Finardi ottiene il suo più grande successo commerciale (mezzo milione di copie vendute). Il disco non è un semplice "best of", ma una rilettura consapevole e matura dei suoi vecchi brani, a cui si aggiunge la splendida cover di Una notte in Italia di Ivano Fossati. È come se, dodici anni dopo, l'Italia avesse finalmente trovato la frequenza giusta per sintonizzarsi con il suo "Extraterrestre", capendo che la ribellione non era finita, aveva solo cambiato forma: era diventata consapevolezza.
Oggi, a 73 anni, Finardi non ha smesso di mutare pelle, celebrando un percorso artistico straordinario attraverso una narrazione autentica e libera. Il suo presente live si sdoppia per restituire le due anime che costituiscono l'essenza della sua arte: quella teatrale e quella squisitamente rock.
Da un lato troviamo "Voce Umana", un viaggio dove la parola e la riflessione diventano memoria viva. In questo spettacolo, Finardi costruisce un percorso fatto di quadri — un intreccio di monologhi e canzoni — in cui la voce è protagonista assoluta: uno strumento che incita, consola, inquieta e lenisce. È un’esplorazione spirituale che tocca temi universali come l’amore e il caso, rendendo omaggio alle grandi voci incontrate lungo la strada, da Demetrio Stratos a Fabrizio De André. Sul palco, le sonorizzazioni evocative di Giuvazza accompagnano questa confessione a cuore aperto.
Dall’altro lato esplode l’anima elettrica e viscerale con "Tutto ’75–’25". Qui Finardi torna alla potenza del suono della band per un dialogo serrato tra passato e presente. Insieme a Giuvazza Maggiore, Claudio Arfinengo e Maximilian Agostini, porta in scena le tracce dell'ultimo album "Tutto" accanto ai brani storici che hanno segnato cinquant'anni di carriera. È un rock che ruggisce ancora, privo di qualsiasi nostalgia, mosso dalla stessa curiosità e urgenza che lo accompagnavano agli esordi.
Finardi inizia come un "alieno" (l'extraterrestre) che non si riconosce nel suo mondo, attraversa il fango della realtà (le lotte politiche, la droga, il dolore familiare) e oggi, a 73 anni, torna a essere un alieno, ma in senso positivo: un uomo che guarda al futuro tecnologico e all'Intelligenza Artificiale con la stessa curiosità con cui nel 1975 guardava un sintetizzatore o un sitar.
È, in definitiva, un artista che non ha mai tradito la sua natura di esploratore. Forse è ora di smettere di chiamarla "musica leggera" e iniziare a chiamarla, semplicemente, l'opera di un genio libero.
Di seguito i prossimi appuntamenti live:
Voce Umana
20 febbraio – Teatro Dario Fo – Camponogara (Venezia)
27 marzo – Teatro Salieri – Legnago (Verona)
8 aprile – Teatro di Fiesole – Firenze
11 aprile – Teatro Super – Valdagno (Vicenza)
13 aprile – Teatro Manzoni – Milano
Tutto ‘75-‘25 (in aggiornamento):
21 febbraio – Teatro Comunale – Lonigo (Vicenza)
2 marzo – Teatro Olimpico – Roma
9 aprile – Teatro Duse – Bologna
Eugenio Finardi: the free artist who taught Italy how to rock
Eugenio Finardi is an all-Italian paradox. Although songs like Extraterrestre or Musica Ribelle are etched into the nation's collective DNA, his stature as an author and innovator remains, in many ways, one of the most underrated in our musical history. Yet, authentic Italian rock—the kind steeped in civil passion and a cosmopolitan breath—owes almost everything to him.
In 1975, while Italy faltered between revolutionary dreams and the "Years of Lead," Finardi debuted with Non gettate alcun oggetto dai finestrini. It wasn't the usual intimist songwriting; it was a sonic collision between Progressive and Hard Rock. His genius lay in connecting distant worlds: he took Saluteremo il signor padrone, an anonymous protest song from 1930, and transformed it into an electric cavalcade worthy of Deep Purple. To achieve this, he surrounded himself with a "stellar" rhythm section: Hugh Bullen on bass and Walter Calloni on drums. A sound so powerful and "ahead of its time" that even the genius Lucio Battisti, in 1976, decided to dismiss his longtime musicians to hire Bullen and Calloni for the recordings of La batteria, il contrabbasso, eccetera. Finardi was the radar intercepting the future before anyone else.
Born in Milan on July 16, 1952, with dual citizenship—his mother, Eloise Degenring, was an American opera singer and teacher, and his father, Enzo Finardi, a sound engineer—he spent his youth between Milan and Boston. This cosmopolitan background made him an "alien" at home. Too rock for the songwriters, too intellectual for pop, too honest for politics. He lived the paradox of being "put on trial" by political activists because music was supposed to be free, despite having renounced his American citizenship to avoid interrogating Vietcong prisoners in Vietnam.
Finardi's career has reached heights that are hard to measure today, moments where rock turned into pure introspection. Albums like Dolce Italia (1987) and Il vento di Elora (1989) are rare gems of sophistication, often ignored by the general public due to that chronic undervaluation. While Dolce Italia is a lyrical album pervaded by a cosmic pessimism—featuring masterpieces of political song like Soweto—it is in the finale of La vita fa male that a glimmer of hope emerges: "But then there are sunny days... the sense of peace in doing one's duty, playing with your children and teaching them to dream... life is not so bad."
This was the perfect prelude to Il vento di Elora, an album marking his true personal rebirth. At the time, Finardi chose to step away from the stage to dedicate himself to the "care of the soul," seeking refuge in Canada. In Elora, a village in Ontario, he took part in a unique rehabilitation project: a path of encounter between youth from a local juvenile detention center and young people with severe psychophysical disabilities, particularly those with autism and Down syndrome. This threshold experience, both human and pedagogical, infuses the record with a scent of dignity and care. The music strips away the superfluous to bear witness to a redemption found in contact with the fragility of others, making Il vento di Elora one of the most intense and spiritual works in Italian music history.
It is, quite simply, one of the most beautiful Italian records ever made, perfectly balanced between the irony of Vil Coyote and the deep introspection of Il Treno or Favola. Yet, the electric grit remains: because when Finardi is "on fire," his rock has no rivals, as proven by the impetus of Il Fiume and the evocative power of the title track.
Incredibly, the same public that often seemed distracted finally recognized the stature of this Milanese "free spirit" in 1990. With La Forza dell'Amore, Finardi achieved his greatest commercial success (half a million copies sold). The album was no mere "best of," but a conscious, mature reimagining of his past songs, including a stunning cover of Ivano Fossati's Una notte in Italia. It was as if, twelve years later, Italy had finally found the right frequency to tune into its "Extraterrestrial," realizing that rebellion hadn't ended—it had simply changed form: it had become awareness.
Today, at 73, Finardi continues to evolve, celebrating an extraordinary journey through an authentic and free narrative. His current live presence splits to reflect the two souls of his art: the theatrical-narrative and the visceral-rock. On one hand, Voce Umana (Human Voice) is a journey where word and reflection become living memory—a spiritual exploration honoring voices like Demetrio Stratos and Fabrizio De André. On the other, the electric soul explodes with Tutto ’75–’25, where Finardi returns to the power of a full band to bridge fifty years of music without ever indulging in nostalgia, moved by the same curiosity and urgency that drove him at the start.
Finardi began as an "alien" who didn't recognize himself in his world, crossed the mud of reality (politics, drugs, family pain), and today, at 73, returns to being an alien in a positive sense: a man looking at the technological future and Artificial Intelligence with the same curiosity he had for a synthesizer in 1975. He is, ultimately, an artist who never betrayed his nature as an explorer. Perhaps it’s time to stop calling it "easy listening" and start calling it, simply, the work of a free genius.
Ph Cover Fabrizio Fenuci
Ph Page Giulio Paravani
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