
Don Giovanni rappresenta una di quelle scosse capaci di cambiare per sempre la storia della musica italiana. Un'opera dalla forza dirompente che, nella produzione di Lucio Battisti, può essere accostata soltanto a un altro gigante come Anima latina.
Nel 1986, l'incontro tra la musica di Battisti e le parole libere, enigmatiche e surreali di Pasquale Panella produce qualcosa di inatteso. Don Giovanni è un disco elegante e complesso, ma anche sorprendentemente melodico e caldo. Gli arrangiamenti sono curatissimi, le canzoni respirano, la voce torna al centro senza rinunciare alla ricerca. Tutto sembra trovare un equilibrio difficilmente ripetibile.
Quell'album inaugura il cosiddetto “Periodo Bianco”, l'ultima stagione artistica di Battisti, sviluppata insieme a Panella attraverso una ricerca sempre più radicale sul linguaggio e sulle possibilità offerte dalle tecnologie elettroniche. Ma proviamo, per un momento, a cambiare binario. A immaginare una vera e propria ucronia musicale, una sliding doors della storia della canzone italiana.
E se, dopo Don Giovanni, Lucio Battisti avesse cambiato ancora una volta strada, invece che riproporre la stessa formula per ben cinque album?
Non sarebbe stato poi così sorprendente. Anzi, forse sarebbe stata la scelta più coerente con la sua storia. Battisti non ha mai amato restare troppo a lungo nello stesso luogo. Il musicista delle grandi canzoni popolari degli anni Sessanta e Settanta aveva già attraversato territori completamente diversi, fino alla rivoluzione di Anima latina. E anche dopo quell'esperienza non aveva cercato di replicarne la formula.
In questa realtà alternativa, Don Giovanni diventa dunque un punto d'arrivo e non l'inizio di un percorso destinato a proseguire per oltre un decennio. Un disco unico, irripetibile, nato dall'incontro perfetto tra due universi artistici. Dopo di lui, Battisti torna a guardarsi intorno.
La fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta offrivano, del resto, un mondo musicale in piena trasformazione. La world music portava al centro ritmi, strumenti e tradizioni provenienti da culture diverse. L'ambient ridefiniva il rapporto tra spazio, suono e silenzio. Il dub continuava a insegnare che anche lo studio poteva diventare uno strumento musicale. E, poco più avanti, il trip-hop avrebbe dimostrato quanto l'elettronica potesse essere insieme sofisticata, fisica e profondamente umana. È facile immaginare Battisti incuriosito da tutto questo.
Non necessariamente un ritorno al passato, perché Battisti non è mai stato un nostalgico. Piuttosto, un nuovo modo di mettere insieme le possibilità della tecnologia e il calore della musica suonata. Chitarre elettriche accanto alle macchine elettroniche, fiati immersi nelle trame digitali, percussioni umane e non sintetiche, bassi veri, strumenti capaci di lasciare dentro le registrazioni quella piccola imperfezione che rende la musica viva.
Un Battisti ancora elettronico, forse, ma meno interessato a costruire un universo esclusivamente artificiale. Un Battisti capace di mescolare i linguaggi, di usare il computer senza rinunciare alla presenza degli altri musicisti in studio. E anche Pasquale Panella avrebbe potuto avere un destino diverso.
La loro collaborazione avrebbe potuto interrompersi dopo Don Giovanni, lasciando quell'album come un'opera perfettamente chiusa. Ma è ancora più affascinante immaginare l'ipotesi opposta: Panella che resta, mentre intorno alle sue parole cambia completamente il paesaggio sonoro. I suoi testi enigmatici e le sue immagini oblique immersi in una musica più ritmica, fisica, contaminata da suoni e culture diverse.
Oppure, ancora, nuove collaborazioni. Altri autori, poeti, scrittori capaci di accompagnare Battisti verso territori narrativi differenti. Non necessariamente un ritorno alla scrittura diretta degli anni con Mogol, ma un altro modo di raccontare il mondo: le trasformazioni sociali, la fine del Novecento, la tecnologia che entrava nelle case e nelle vite, una realtà sempre più veloce e frammentata. Naturalmente non sapremo mai quale strada avrebbe scelto.
In questo senso, l'ucronia non consiste nell'immaginare un Battisti diverso da quello che abbiamo conosciuto. Al contrario. Consiste nell'immaginare un Battisti ancora una volta fedele alla sua natura più profonda: quella di cambiare prima che gli altri riuscissero davvero a seguirlo.
Così, in questo universo parallelo, Don Giovanni resterebbe un capolavoro isolato. Un momento irripetibile in cui tutte le tessere si sono incastrate alla perfezione, senza la necessità di trasformarsi in una formula da proseguire. Dopo, altre strade. Altri suoni. Altre sorprese. La realtà, naturalmente, ha seguito un altro percorso.
L'ultimo fermo immagine resta quella celebre lettera maiuscola sulla copertina di Hegel. Quella E, stampata dove ci si aspetterebbe l'iniziale maiuscola del filosofo, ha assunto nel tempo un significato che va oltre qualsiasi interpretazione grafica o concettuale, è diventata la parola inglese End, la fine.
Pasquale Panella aveva già indicato Hegel come il capitolo conclusivo della loro collaborazione. Ma il destino avrebbe dato a quella lettera un significato ancora più definitivo. Il 9 settembre 1998, Lucio Battisti consegnava la sua arte all'infinito, lasciando interrotta una delle traiettorie più imprevedibili della musica italiana e lasciandoci con un punto interrogativo enorme su tutto quello che avrebbe potuto ancora fare.
Le domande senza risposta, a volte, sono parte dell'opera quanto le canzoni. E in qualsiasi universo alternativo lo si voglia immaginare, resta difficile pensare a Lucio Battisti fermo nello stesso posto troppo a lungo.
What If Lucio Battisti Had Left Don Giovanni as a Standalone Work?
Don Giovanni is one of those shocks capable of changing the history of Italian music forever. Within Lucio Battisti's body of work, its disruptive power can only be compared to another giant such as Anima latina.
In 1986, the meeting between Battisti's music and Pasquale Panella's enigmatic and surreal lyrics produced something unexpected. Don Giovanni is elegant and complex, yet also melodic and surprisingly warm. The arrangements are meticulously crafted, the songs are given room to breathe, and everything seems to achieve an equilibrium that would be difficult to repeat.
Perhaps that is precisely where a question arises: what if Don Giovanni had remained a one-off?
In the reality we know, that album marked the beginning of the so-called “White Period”, the final chapter of Battisti's artistic career, developed together with Panella through an increasingly radical exploration of language and the possibilities of electronic music. But let us change tracks for a moment. Let us imagine a sliding-doors version of the history of Italian music.
What if, after Don Giovanni, Lucio Battisti had changed direction once again?
It would not have been so surprising. Battisti never seemed to enjoy staying in the same place for too long. From the great popular songs of the 1960s and 1970s to the revolution of Anima latina, his career was a continuous succession of turning points. And perhaps this was his deepest nature: finding a path and, just when that path seemed finally recognisable, leaving it behind.
In this alternative reality, Don Giovanni becomes a destination rather than a starting point. A unique work, born from the perfect meeting of two artistic worlds. Afterwards, Battisti begins looking around once again.
The late 1980s and the 1990s offered a musical world in the midst of transformation. World music, ambient, dub and, a little later, trip-hop were changing the way sound itself was conceived. It is easy to imagine Battisti intrigued by these new languages.
Not a return to the past, because Battisti was never nostalgic. Rather, a new balance between technology and live musicianship. Acoustic guitars alongside electronic machines, brass instruments immersed in digital textures, organic percussion and real bass lines. A sound capable of using computers without giving up the presence of other musicians.
Pasquale Panella's destiny might also have been different. Their collaboration could have ended after Don Giovanni, leaving that album as a perfectly self-contained work. But it is even more fascinating to imagine the opposite possibility: Panella staying, while the sonic landscape surrounding his words changed completely.
Or perhaps new collaborations, other writers and different ways of telling the world. Not necessarily a return to the direct songwriting of the Mogol years, but a new chapter capable of observing the transformations of the late twentieth century from a different perspective.
Naturally, we will never know which path he would have chosen. And that is precisely where this uchronia becomes interesting. Not because an alternative career would necessarily have been better, but because it leads us to ask a different question.
What if Battisti had continued doing what he had always done?
Changing.
Perhaps the real Lucio Battisti was not the artist pursuing a particular sound or formula. He was the one who felt the need to keep moving the boundary. The one who, just as the public was beginning to understand where he was going, was already ready to look elsewhere.
In this sense, the uchronia does not consist in imagining a Battisti different from the one we knew. It consists in imagining a Battisti once again faithful to his deepest nature: changing before others could truly catch up with him.
Reality, of course, followed another path.
The final still image remains that famous lowercase letter on the cover of Hegel. That e, printed where one might expect the philosopher's capital initial, has acquired over time a meaning that goes beyond any graphic or conceptual interpretation. For many, it has become almost an English word: End.
The end.
Pasquale Panella had described Hegel as the final chapter of their collaboration. But fate would give that small letter an even more definitive meaning. On 9 September 1998, Lucio Battisti passed away quietly, leaving one of the most unpredictable trajectories in Italian music unfinished.
Perhaps that is the fascination he continues to exert: not only what he did, but everything he might still have done.
Unanswered questions are sometimes as much a part of an artist's work as the songs themselves. And in whatever alternative universe we choose to imagine him, it is difficult to picture Lucio Battisti standing still in the same place for very long.
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